Nuova serie 2006 n.1°
Rivista di filosofia
 
A cura di Francesca Brezzi

Francesca Brezzi, In amicizia e in dialogo

Il nostro collega ed amico  Leonardo Casini è morto il 20  gennaio 2006: la notizia della sua morte, è giunta mentre eravamo  impegnati nelle varie attività accademiche, e tutti ci siamo sentiti più soli, impreparati e sgomenti, tutti abbiamo avvertito il dolore di
una perdita, la consapevolezza soprattutto di non poter trovare più lo stimolo, che nasceva dal dialogo ricco e vivo per me fin dagli anni universitari.  Pur  vivendo oggi  ciacuno/a in un contesto teoretico e speculativo diverso, le sue affermazioni talvolta spiazzanti aprivano tuttavia dibattiti e discussioni sincere e feconde.
Vorrei porre queste brevi  righe sotto il segno della philia, tema che mi è caro e che era gradito anche a Leonardo, ricordando le pagine di un autore da lui a lungo studiato, ed al quale  ha dedicato molti corsi universitari,  Aristotele e   la sua concezione  dell'amicizia nei libri VIII-IX  dell'Etica Nicomachea.
Lo Stagirita, come è noto, considera  l'amicizia  una virtù  "molto necessaria per una vita felice di tutti gli esseri viventi", come "luogo esemplarmente riassuntivo dell'esercizio della virtù", momento essenzialmente umano. La scelta della philia non è casuale in Aristotele, sia qui che nell' Etica Eudemia la philia, infatti, è  elemento di cerniera tra  virtù e contemplazione, tra felicità umana e "divina", tra attività etica e teoretica, pertanto si manifesta la doppia polarità dell'amicizia  nei confronti dell'idea del bene, cioè la dimensione personale-riflessiva e la dimensione assoluta; ma ancora è significativo ricordare che nell'amicizia si trova la confluenza di olos ed ekasto come integralità del bene: voler bene a se stessi e all'altro e il criterio, o misura, di ciò è rinvenibile nel fronimos, cioè nell'uomo di valore esercitato nella virtù, nel quale le due modalità del bene devono venire a consonanza, nel senso che l'amicizia realizza un rapporto che è molto di più di una semplice aggregazione, ma è  un aiuto disinteressato, condivisione e reciprocità, in altre parole esprime un raro tipo di equilibrio e di armonia.
Tale reciprocità è ciò che voglio sottolineare, ovvero il gioco di mancanza e bisogno, di ricerca dell'altro: per essere amico di sé bisogna  essere già in relazione con l'altro; questa era  per noi l'amicizia  nei  confronti di Leonardo Casini, philia che ci univa alla sua viva intelligenza, alla sua competenza, al suo rigore morale, ma anche alla sua bontà d'animo, alla sua ironia, al suo grande senso dell'umorismo.
Spezzato il dialogo faccia a faccia rimane l'enigmatica presenza-assenza di un autore con il quale possiamo dialogare attraverso la scrittura e la lettura della sua opera, ma sempre vivissimo rimarrà il ricordo della sua figura di studioso e di docente  che rifletteva l'immagine  di un uomo autentico.
Vari sono stati i fuochi dei suoi interessi speculativi: dalla filosofia classica tedesca, alla sinistra hegeliana, ai pensatori del sospetto come Schopenhauer e Nietzsche, ma anche Freud e Marcuse, nonché il livello sotterraneo, che se è emerso maggiormente in certi periodi della sua riflessione è stato tuttavia presente sempre sullo sfondo, fino al rapporto filosofia e  religione, che Casini  ha focalizzato nei suoi studi su Kierkegaard. Filone questo affrontato senza commistioni improprie o con intenzioni apologetiche, ma con la serietà e l'impegno di un uomo di fede che sottopone la sua fede alla riflessione critica.
Vorrei rileggere a questo proposito  le parole conclusive di uno dei suoi ultimi, ahimé, libri, Schopenhauer. Il silenzio del sacro (Il Messaggero, Padova 2004): "si chiude il cerchio del pensiero schopenhaueriano. Eravamo partiti dall'aspirazione a un mondo superiore, dominio della coscienza migliore, e abbiamo visto come esso era irraggiungibile...questo altro mondo può essere rag-giunto solo approdando allo scopo finale dell'itinerario della volontà, il suo autorinnegamento e l'abbandono della volontà di vivere. Oltre questo, oltre il nulla relativo si apre lo spazio del mistero e del sacro su cui, secondo Schopenhauer, il filosofo non si può pronunciare, ma che è attingibile nella muta, intensa estasi dell'esperienza mistica, nella contemplazione, nel silenzio della sua incomunicabilità, nella pace della conquista di un mondo superiore, che si dischiude nel suo splendore dopo che si è chiusa la scena di questo mondo".
Un intenso ricordo va anche al docente, con il quale ho condiviso sette anni all'università dell'Aquila, anni di viaggi talvolta difficili, ma altresì anni di scambi e di dialogo intellettuale fecondo con gli studenti; ci siamo ritrovati poi all'università  Roma Tre, dopo il periodo del  suo insegnamento  presso l'università di Chieti, e sempre si è mostrato impegnato e disponibile con colleghi e studenti, serio ed affabile, mai arrogante.
Mi piace concludere chiedendo aiuto ad un pensatore che ci ha visto uniti nello studio, a Paul Ricoeur, da Leonardo conosciuto, studiato ed appezzato. Nel suo ultimo libro il filosofo francese disegna i "percorsi del riconoscimento" illustrando i molti significati del termine reconnaisance, che in francese ha una ricchezza e una significatività particolari. Riconoscimento indica l'essere riconosciuto per quello che uno è e pertanto noi riconosciamo Leonardo, approvando la sua esistenza, per quello che è stato, per la sua intelligenza, per i suoi studi severi, per le opere che ha lasciato.
Ma va ricordato un secondo significato del termine reconnaissance, il senso della riconoscenza, della gratitudine che noi abbiamo per Leonardo, per la sua umanità, ma anche per la sua arguzia e la penetrante sensibilità. Riconoscenza per la sua bontà e disponibilità verso tutti, direi di più per la sua sympateia, spirituale e affettiva, nei confronti dell'umano e del mondo tutto che lo circondava.
Di tutto ciò rimarrà memoria nei nostri cuori, una memoria duratura al di là della presenza fisica, memoria come philia e come speranza di proseguire tale amicizia sotto forma di un mit denken, di un pensare insieme, attraverso la lettura dei suoi scritti che illuminano per noi l'oscura frase di Heidegger  "è la voce dell'amico che ogni Dasein porta in sé".



a cura di Giacomo Marramao

Felicità, corporeità, Philia
Ricordo di Leonardo Casini

Era limpida la sua voce, l'ultima volta che l'ho sentito il giorno di capodanno, dopo una breve conversazione con Francesca: l'adorata e amatissima moglie. Limpida la voce, ma serio e irrevocabile il senso delle parole. Parole così distanti dal tono faceto con cui mi aveva salutato ancora la sera prima: malgrado il disappunto di dover trascorrere la notte di San Silvestro in un letto d'ospedale per ulteriori e imprevisti accertamenti. Come se, bandendo all'improvviso l'attitudine ironica che gli era consueta, e che non l'aveva abbandonato neppure nei momenti più difficili della malattia, volesse trasmettermi il presentimento dell'esperienza estrema che stava per toccargli in sorte.
Difficile adesso, per chi gli è stato legato da una relazione non solo di stima e di colleganza accademica ma di amicizia e condivisione profonda di ciò che nella vita veramente conta, trovare le parole giuste per ricordare Leonardo Casini senza essere sopraffatti dal vortice emotivo dei ricordi. Difficile, per chi lo ha seguito durante il travaglio degli ultimi mesi dopo essergli stato vicino nell'arco di un decennio particolarmente intenso, ricco di esperienze felici e dolorose, tracciare un bilancio della sua opera di studioso tenendo sullo sfondo e, per così dire, neutralizzando la dimensione affettiva: quella peculiare capacità di allacciare rapporti e trasformare situazioni, ambienti, contesti, che fa tutt'uno con l'irripetibile e irriducibile singolarità di ciascuna/o di noi. Anche per questo, anzi soprattutto per questo, il fatto che Leonardo non sia più tra noi rappresenta - dopo la scomparsa di Gianni Carchia e di Valerio Verra - una perdita inestimabile per l'istituzione e per i colleghi tutti.
Per delineare un ritratto attendibile della figura intellettuale di Leonardo si dovrà tenere conto, in primo luogo, del magistero di Valerio Verra, sotto la cui guida egli ha potuto rivolgersi, sin dagli anni giovanili, allo studio della filosofia tedesca del XIX secolo: da Feuerbach a Schopenhauer e Nietzsche. Non è ancora trentenne quando pubblica per i tipi del Mulino il volume Storia e umanesimo in Feuerbach (1974), cui fa seguire pochi anni dopo un Feuerbach postumo. Il panteismo delle lezioni di Erlangen, apparso nella "Biblioteca di 'De Homine'" presso la casa editrice Sansoni (1979). Mentre l'interesse per Schopenhauer e Nietzsche è attestato, oltre che da vari saggi, dall'attenzione sistematica - e alquanto rara nel pensiero "maschile" del periodo - rivolta, a partire dai primi anni Ottanta, al tema della corpo e sfociata nei volumi Corporeità e filosofia. Saggio su Schopenhauer e Nietzsche (Il Poligono, Roma 1984) e La riscoperta del corpo. Schopenhauer, Feuerbach, Nietzsche (Studium, Roma 1990). Attenzione che non deve tuttavia far perdere di vista l'attrattiva esercitata su Leonardo dall'altro polo d'indagine - a un tempo antitetico e complementare - costituito dai motivi del "Sacro" e del "religioso", cui egli dedica, certo non casualmente, la sua ultima fatica: la monografia Schopenhauer. Il silenzio del Sacro (Edizioni Messaggero, Padova 2004). Si tratta - tali appaiono a rileggerli oggi - di lavori accurati e intensi, segnati dai tratti inconfondibili della passione e della ricerca originale: la passione di chi seleziona i propri oggetti d'indagine non sulla spinta di sollecitazioni esterne ma per rispondere a una domanda e a un rovello interiore; l'originalità di chi è in grado di muoversi lungo la sottile linea d'ombra tra ambiti disciplinari diversi come quelli dell'etica e della storia della filosofia con garbata sobrietà, senza violarne la reciproca autonomia e - soprattutto - senza operare indebite forzature della lettera e dello spirito dei testi analizzati. Di qui un intreccio fecondo tra approccio etico-pratico e approccio storico-filosofico, testimoniato da un iter accademico che ha avuto luogo transitando dall'uno all'altro dei due settori disciplinari: iniziato con un posto di assistente presso la cattedra di Storia della filosofia, proseguito con un incarico di Filosofia della storia, quindi con il conseguimento dell'associazione in Storia della filosofia moderna e contemporanea e dell'ordinariato in Filosofia morale, e culminato infine, proprio nei giorni della sua scomparsa, con il passaggio alla cattedra di Storia della filosofia. Sono onorato di aver contribuito a questo passaggio - da lui tanto desiderato - redigendo con Francesca Brezzi la motivazione che sarebbe stata poi fatta propria dal Consiglio di Facoltà. E tuttavia questo sentimento, confortato dal pensiero che Leonardo avrebbe letto con piacere quel giudizio sul suo lavoro, riesce oggi appena a lenire in me il dolore dovuto alla circostanza che un destino amaro e crudele ha voluto che egli non abbia fatto in tempo a leggerlo, e che il Consiglio convocato per la sua chiamata si sia trasformato in una seduta di commemorazione.
Un ulteriore anello occorrerà tuttavia aggiungere alla ricostruzione, perché essa possa restituirci un ritratto approssimativamente fedele di una personalità complessa ed inquieta come la sua: l'anello costituito dalla coabitazione tra fede cristiana (una fede non di facciata, ma intensamente vissuta sul piano esistenziale) e adesione ai principi politico-ideali del liberalsocialismo. Si ritrova qui - ne sono convinto - la traccia dell'incidenza esercitata dall'insegnamento di Guido Calogero: da cui Leonardo (che con lui si era appunto laureato nel lontano 1968) aveva tratto, accanto a una mai sopita passione per i grandi testi della filosofia classica (in primis di Aristotele), un'ispirazione etico-politica che lo portava a tenere insieme - non sempre, ritengo di poterlo testimoniare, in forma conciliata ed armonica - le diverse o talora opposte ingiunzioni provenienti dalla morale cattolica e dall'istanza laica radicale della  "filosofia del dialogo".
Ma vi è di più. Un elemento decisivo non solo della biografia ma della stessa formazione stricto sensu intellettuale di Leonardo è rappresentato dall'ambiente familiare. Ogni volta che, nelle interminabili conversazioni che hanno scandito le tappe di un'amicizia divenuta sempre più intima, ci siamo intrattenuti sui nostri Lehrjahre, sui nostri "anni di apprendistato", egli mi ha sempre parlato con devozione del padre Gherardo, grande figura di editore-intellettuale, e con ammirazione dei fratelli Claudio, raffinato musicologo scomparso prematuramente e noto al grande pubblico per la sua collaborazione a uno dei più importanti quotidiani nazionali, e Paolo, celebre e stimato storico della filosofia moderna: e tutte le volte sono rimasto colpito dal suo orgoglio di far parte di una famiglia che aveva dato un contributo durevole alla cultura italiana del Novecento. E tuttavia, il ruolo che Leonardo si era ritagliato dentro un contesto familiare così impegnativo era giocato all'insegna della signorilità e dell'ironia: al limite, oserei dire (e a volte mi è capitato di dirglielo senza mezzi termini, facendolo sorridere), del dandismo. Si trattava certo di un dandismo segreto, in ogni caso abilmente dissimulato. Ma, ne sono convinto, Leonardo era in fondo un esteta. I tratti fondamentali del suo carattere erano l'apertura al mondo, la curiositas e la sensibilità verso gli altri: con l'inevitabile corollario della vulnerabilità. Tratti squisitamente personali, senza dubbio. Ma talmente profondi, talmente radicati nel suo modo di essere, da plasmare nel corso degli anni la sua attenzione filosofica per i temi della sensualità e del corpo, della carne e dell'ascesi, della Philia e della felicità: da Aristotele a Kant, da Feuerbach a Kierkegaard, da Schopenhauer a Nietzsche, da Marcuse a Gadamer.
Quando nel 1998 mi diede da leggere il manoscritto della sua seconda monografia su Marcuse  (la prima era apparsa nel 1981), rimasi colpito dalla radicalità di una chiave interpretativa che riproponeva coraggiosamente l'attualità del pensatore berlinese operando, al di là dei temi dell'"uomo a una dimensione", una saldatura tra i due poli della felicità e dell'esperienza estetica (cfr. Eros e utopia.  Arte, sensualità e liberazione nel pensiero di Herbert Marcuse, Carocci, Roma 1999). Per questa ragione accettai ben volentieri il suo invito di premettere al testo una mia prefazione. Quando ho ripreso in mano quel libro dopo la scomparsa di Leonardo, ho avuto come un sussulto: molto più che una semplice reazione di sorpresa. La mia prefazione si apriva con la citazione di un passo tratto da una lettera scritta da Marcuse a Max Horkheimer e Friedrich Pollock il 3 marzo 1951, all'indomani della morte della prima moglie Sophie: "L'idea che la morte appartiene alla vita è falsa; dovremmo dunque prendere molto più sul serio la concezione di Horkheimer, per cui solo con l'abolizione della morte gli uomini potranno divenire effettivamente liberi e felici". Si tratta di un pensiero estremo, che sembra recare in sé - come una sorta di ultimo sigillo - la cifra finale dell'itinerario non solo di Marcuse, ma dello stesso Leonardo. L'immagine di una liberazione radicale, che non arretra neppure dinanzi all'inespugnabile fortezza della morte, rimanda qui a un paradossale messianismo senza attesa, all'enigma di un'escatologia del presente, di un tempo-della-fine affidato alla dimensione estetica: proprio in quanto promesse de bonheur, l'arte rappresenta la sola speranza di orientare nel senso della libertà e della felicità l'eterno conflitto tra ragione e sensibilità.
Va rintracciata qui, forse, la ragione segreta della versatilità espressiva con cui Leonardo Casini metteva alla prova - con un'impareggiabile ironia grafica e fonetica - la sua curiositas per il mondo degli altri: dell'amore del dettaglio con cui coglieva i tratti delle personalità più diverse disegnando le sue caricature di filosofi o imitando le voci di amici e colleghi. Anche per lui, come per il grande Aby Warburg, il primo passo verso la redenzione consisteva nel comprendere che "Dio è nel particolare". 


Università degli Studi Roma Tre