Il titolo di questo numero di B@belonline/print disegna im-
mediatamente un ambito di ricerca, ma insieme propone alcuni
interrogativi e indica un’esigenza: in un tempo di crisi, quale
è il nostro, in cui talvolta si nega l’umanità nel profondo e con frequenza si annulla la dignità personale, in un momento di grave alienazione e spaesamento, è significativo per la rif lessione mettere a tema l’essere umano, passando attraverso le discipline che lo pongono al centro della loro indagine, e talvolta come loro telos, – nel nostro caso – le scienze biologiche, l’antropologia filosofica, ma altresì le neuroscienze.
Non possiamo affrontare, nello spazio di questo editoriale,
un problema interno ad alcuni di questi stessi settori di studio,
– e pensiamo in particolare alle scienze fisico-matematiche, alle scienze cognitive, alla stessa biologia – , cioè quanto emerge da una panoramica del loro status, dalla loro ampiezza di orizzonti: per un verso i prorompenti sviluppi, una metodologia “forte
e sicura”, che si vuole contrapporre alle astrattezze filosofiche, quindi alla filosofia del Totum (parafrasando Adorno), alla filosofia come metafisica, per rivendicare, mediante una epistemologia aperta, autonomia e indipendenza; per un altro, tuttavia, la presenza di polarità e tensioni, di grandi opposizioni e insanabili contraddizioni, che sono tuttavia un segno di vitalità e non di debolezza teoretica; né va dimenticato che anche la ricerca filosofica stricto sensu, ha preso congedo dal pensiero sistematico, dall’onto-teologia, per dirla con Heidegger, e l’ambito della speculazione contemporanea offre un panorama culturalmente frantumato, manifesta vari fermenti, percorso dai sentieri molteplici di una nuova razionalità.
Da qui il plesso teoretico e pratico che oggi ci interessa: ricordiamo le affermazioni di Max Scheler nei lontani anni ’20:
‹‹Debbo constatare con una certa soddisfazione che i problemi dell’antropologia filosofica sono oggi in Germania al centro di tutta la problematica speculativa e che i biologi, i medici, gli psicologi e i sociologi anche fuori dai circoli specificamente filosofici, lavorano intorno ad una
nuova concezione della struttura essenziale dell’uomo››, (La posizione dell’uomo nel cosmo,
1928); circa novant’anni dopo – considerando lo sviluppo intercorso –, ci interroghiamo circa i rapporti tra l’antropologia filosofica e le scienze che a questa si collegano e da questa si dipartono. Gli autori considerati in questo volume appartengono a varie scuole o tendenze,
le culture di provenienza sono disparate, i percorsi indipendenti, e questo rappresenta un elemento propulsore e fecondo di ulteriori sviluppi, ma tutti sembrano voler rispondere alla domanda che costituisce un titolo significativo della cultura tedesca degli anni di Scheler– che sono anche quelli di Gehlen e Plessner, di Heidegger, Buber, e Löwith –: Was ist der
Mensch? di Thomas Haecker.
Leggendo i vari saggi che – come di consueto – manifestano itinerari diversi di pensiero volendo tracciare alcune costanti si può innanzi tutto affermare che l’essere umano – totalità vivente – , non deve essere studiato da una sola scienza o da un unico angolo visuale, sia esso morfologico o fisiologico, psicologico o anche teologico, ma dalla complementarietà di tutte; ne segue l’interrogazione che va al cuore del rapporto natura-cultura, il quesito che gli scienziati della mente – ma altresì i filosofisi pongono negli inquieti tempi che viviamo: quanto dei nostri comportamenti è di origine innata, inciso nel nostro cervello e quanto in- vece è determinato dalla nostra interazione con il mondo esterno? La risposta può indicare come il radicarsi del soggetto nella natura non si risolva in un piatto naturalismo, ma anzi
si offra come una possibilità di superare ogni prospettiva meccanicistica, a favore di una visione organicistica.
In secondo luogo si può sottolineare come emerga una valutazione critica e radicale dell’umano, da intendere sia come accettazione di alcune cifre caratteristiche, sia come rifiuto: non solo opposizione nei confronti di una concezione filosofica astratta, o di un Geist inglobante le differenze, ma anche critica di ogni atteggiamento di scientismo pale- opositivista, per schiudere un quadro più ampio di correlazioni e rapporti pluralistici tra differenti metodi di indagine e vari campi del sapere. Da qui, l’assunzione di un umanismo consapevole, un vero antropologismo, che si occupa degli individui e non delle essenze, dal momento che per le scienze umane l’essere che vale è quello delle esistenze, non una sostanza nell’unità, ma una tensione fra le pluralità.
Se Hans Jonas introduce la sua ampia riflessione sul mutato rapporto uomo-natura con le celebri parole del Coro dell’Antigone ‹‹Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell’uo- mo nulla vedi è tremendo›› (Antigone v. 334), il pensare il bíos qui proposto forse delinea l’umanesimo dell’altro uomo di cui ha parlato Lévinas, in altri termini la riflessione filoso- fica lontana dai naturalismi già criticati dalla scuola fenomenologica, ma altresì ugualmente distante da una ebbra filosofia dell’assoluto vuole concorrere alla riformulazione di un mo- derno – complesso e fragile – umanesimo e quindi aprirsi all’ambito etico e politico.
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