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Rivista di Filosofia
nuova serie n. 9 anno 2010

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A cura di Francesca Brezzi

Rinnovato sguardo ad una tradizione che ancora ci parla, reinterrogazione di temi “classici”: per la prima volta dalla sua nascita B@bel affronta un tema che non è direttamente riconducibile alla filosofia contemporanea, ma alla illustre riflessione medioevale e presentiamo con piacere questa iniziativa.
In particolare in quell’arcipelago complesso e ricco, in un pensiero che si è esteso per più secoli, si focalizza un binomio arduo, ma di notevole interesse sia storiografico che teoretico: scienza e sapienza, binomio arduo ma rilevante perché consente di schiudere lo spazio di molte altre questioni, non settoriali o periferiche, tali da impegnare la riflessione contemporanea quali: Cristianesimo e modernità, secolarizzazione o rinascita di Dio? da cui deriva l’interrogativo su tramonto o trasfigurazione del Cristianesimo? Crisi del Cristianesimo e/o Crisi dell’Occidente? Infine – sullo sfondo – la domanda heideggeriana “come entra Dio nella filosofia?”
Riteniamo che andare alle radici di queste domande, ovvero sondare il legame riflessione-religione (ragione e fede) significhi seguire un itinerario essenziale, seppure non pacifico e precario, del nostro tempo dal momento che l’intreccio filosofia-religione con tutto il carico di confronto/scontro/superamento è senz’altro tra quelli che possono consentire di ripercorrere le linee più forti del pensiero filosofico, dall’antico al medioevale, dal moderno al contemporaneo, dalla domanda fondante sull’Essere e il Nulla che si ricava interrogando Parmenide, alla radicalità del Was ist Metaphysik? di Heidegger.
Nello specifico del nostro tema irrompe il problema di Emile Bréhier : “ può un cristiano essere autenticamente filosofo? Quale l’apporto di novità sul piano speculativo del Cristianesimo alla filosofia antica”.
Per tentare una prima risposta a questi interrogativi, e poter poi indicare un itinerario ancora da percorrere, il ritorno della ricerca ermeneutica all’età di mezzo, ai grandi maestri universitari del XIII e XIV secolo, al pensiero di Anselmo e Tommaso, Bonaventura e Giovanni Duns Scoto, – ma con opportuni richiami a Plotino e Agostino – è non solo fecondo, ma anche giusto e necessario per vari motivi, che spiegano la genesi di questo numero.
Innanzi tutto si vuole riproporre all’attenzione degli studiosi un mondo complesso, anche eterogeneo, quale quello medievale, per liberarlo da ombre polverose e da stereotipi, per scorgere la profondità e gli albori di una disputa che in maniera carsica si è presentata varie volte come interrogazione fondante del significare umano.
In secondo luogo la diretta conoscenza delle fonti, il richiamo ai più recenti studi evidenziata dagli autori dei saggi consentono di presentare le teorie filosofiche qui esaminate anche come espressione di un ambiente, come manifestazione di esigenze e di idealità, riflessi di un certo tipo di società in via di trasformazione. In altre parole dalla lettura nascono tante tessere di un mosaico che ci svelano un’epoca.
Infine, se troviamo in quei Maestri una riflessione rigorosa e scientificamente attrezzata ed anche stimolata ma non condizionata dalla pressione e dall’urgenza dell’attualità, riteniamo che in tal modo si stabilisca un ponte tra noi e il medioevo e se ogni generazione consegna alla successiva un mondo che la lezione del passato contribuisce a rendere veramente migliore, questa è l’eredità del Medioevo, cui opportunamente si riferisce Benedetto Ippolito nella sua introduzione.
Eredità che è anche una scelta di campo: dal confronto scienza-sapienza nel Medioevo deriva il rifiuto di una filosofia quale espressione di una ragione riduttiva che mortifica la propria natura presentandosi nelle vesti dimesse di una razionalità puramente strumentale, efficientista e contabile, o sotto quelle apparentemente serene di un pensiero debole, in effetti cieco di fronte alla drammaticità del mondo.
La riflessione filosofica di fronte alle tematiche teologiche è l’occasione per ripensare alle radici l’originaria vocazione e il primario rapporto di filosofia e religione, senza paura di mostrarne il traumatismo o le difficoltà.
In altre parole si può affermare che pensare la religione , e quindi non semplicemente confutarla o criticarla, sia la sfida più urgente in un mondo policentrico che esige prospettive aperte e nuove.
Altre volte ho parlato del cammino errante di una filosofia che nel rapporto con la religione mette a tema se stessa, sottopone cioè anche se stessa a considerazione critica, si tratta della ragione ermeneutica che ha il compito di evitare dicotomie laceranti e comprendere in una visione più complessa, ma costante, mantenendo un equilibrio sottile tra “critica e convinzione”, come afferma Paul Ricœur.
Ritengo, pertanto, che dalla re-interrogazione in atto in questo numero di B@bel emerga un pensiero inquieto, in quanto comprendere i legami che collegano la filosofia, anche in forma di tensione, alle cifre di verità presenti nel religioso, possa servire a liberare nuove potenzialità sia per la fede che per la speculazione stessa. .

Francesca Brezzi 


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