Dedicando il presente numero di Babel ad una pensatrice ormai
“riconosciuta”, apprezzata ed ammirata nei più diversi contesti filosofici
e culturali, il proposito non è stato quello di seguire le mode,
né soltanto – retoricamente – di celebrare i cento anni della sua
nascita, anche se il Dipartimento di Filosofia dell’Università Roma
Tre ha organizzato una giornata di studi in tal senso, della quale i
saggi qui raccolti sono una felice conseguenza.
Piuttosto si è voluto
intraprendere un viaggio, non ancora terminato, in compagnia della
riflessione di Arendt, di quel pensiero senza ringhiera, ma anche
pensiero appassionato, come lei stessa lo definisce, cifre tutte di
cui è stata la prima testimone.
Se da un lato, infatti, la bibliografia su Arendt è sterminata, se
ella non è più una presenza dimenticata e la sua figura di filosofa,
così significativa anche nel vissuto esistenziale, è definitivamente
uscita dall’ombra, dall’altro le caratteristiche del suo itinerario intellettuale
consentono approcci e interpretazioni che attraversano
ambiti diversi e disparati: già scorrendo l’indice di questo volume
emergono la ricchezza e la complessità del soggetto studiato, così
da offrire una molteplicità di livelli di lettura.
Complessità di una
pensatrice, che nella sua determinata volontà di comprendere, ha
percorso vari territori teoretici e pratici, forse riprendendo da Kant la distinzione tra barriera (Schranke) e confine (Grenze) e volendo
appunto oltrepassare continuamente i confini, in una declinazione
positiva dei limiti.
Già nella sua prima opera Arendt affermava che
«mettere in evidenza le incongruenze (di un pensiero) non significa
mai risolvere un problema sollevato […] è opportuno lasciar sussistere
le contraddizioni […], renderle comprensibili […] e cogliere ciò
che sta dietro di esse» (Il concetto di amore in S. Agostino, p. 19).
Affidando questo numero della rivista alla comunità dei lettori
siano consentite due annotazioni: in primo luogo Arendt assume,
ancora da Kant, un’espressione significativa: «(si deve) educare la
propria immaginazione a visitare», da cui deriva l’invito ad aprire la
strada alla poesia, nel senso ampio e originario del termine, poiesis come creatività, potenzialità umana, che irrompe nell’essere finito e si manifesta nell’agire
compiuto, realizzando una via “sperimentale” quale interpretazione dell’Erlebnis personale
e quale modo di darsi del mondo e non già come il rinchiudersi in una interiorità sterile. Se
nasceranno da ciò cambiamenti nel vivere di ognuno/a, tuttavia, in secondo luogo, si può rilevare
che nella poliedricità del pensiero di Arendt anche le antinomie e le sovrapposizioni di
chiavi ermeneutiche ribadiscono come la sua sia un’opera di filosofia in cui storia e teoresi si
collegano, chiamando in causa altresì la morale, dal momento che riecheggiano in molti passi
le motivazioni etiche delle scelte che diventano prassi concreta.
Ne deriveranno anche itinerari e tracciati per il nostro tempo, sempre caratterizzati tuttavia,
per restare fedeli alla nostra pensatrice, dall’impronta prospettica assumendo il termine prospettiva
nel duplice significato di visione (Ansicht) e di visuale (Aussicht): osservare un oggetto
nel campo visivo del presente, scorgendo un’apertura a possibili sviluppi futuri.
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