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Rivista di Filosofia
nuova serie n. 7 anno 2009

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A cura di Francesca Brezzi

Questo numero di B@bel sceglie come interlocutrice privilegiata Ágnes Heller. Pensatrice attenta alle più urgenti problematiche dei nostri tempi, riconosciuta ormai come Maestra, la cui abbondante produzione ci ha accompagnato lungo tutto il Novecento con rilevanza teorica e pratica e continua a offrire rinnovati stimoli in questo terzo millennio. Attraverso la sua riflessione, e con lei, diamo ancora voce al dibattito contemporaneo sulla problematicità dell’etica, affinché si possa realizzare a pranzo da Kant – «il reciproco affidamento, il piacere della reciproca compagnia, mancando il quale la società è solo giungla e nient’altro».
Donna, filosofa e attivista politica, allieva e collaboratrice di Gy?rgy Lukács, Ágnes Heller è stata esponente della scuola di Budapest, corrente critica del marxismo e uno dei principali gruppi di opposizione al regime comunista, attivo in Ungheria dalla fine degli anni ’60. Costretta a lasciare il suo paese nel 1977, ha insegnato per alcuni anni in Australia ed in seguito ha ricoperto, presso la New School for Social Research di New York, la cattedra intitolata a Hannah Arendt, quasi che un filo sotterraneo unisca le due pensatrici.
Percorso di lunga durata il suo, del quale gli autori e le autrici,nei saggi qui proposti, riescono a mostrare, da un lato, una sorta di preveggenza e quindi l’attualità, dall’altro la peculiarità della prospettiva.
Se inizialmente nell’ambito del marxismo del ’900, con altri pensatori, quali Adam Schaff e Roger Garaudy, ha riscoperto la dimensione umanista della dottrina di Marx, privilegiando l’apertura ai problemi antropologici e alla portata utopica, in seguito il suo percorso intellettuale si è venuto notevolmente arricchendo e sistematizzando, pur mantenendo il carattere “programmaticamente radicale” – non a caso un suo testo è intitolato Philosophie des linken Radikalismus. Successivamente negli anni ’80 Heller ha elaborato una teoria morale – etica generale, filosofia delle morali, teoria della condotta della vita buona – mentre nella produzione più recente “la domanda sul senso” e “l’orientamento al valore” costituiscono il nucleo fondamentale della sua concezione filosofica. In questo si scorge l’attualità del suo indagare,che si inserisce nella contemporanea “riabilitazione della filosofia pratica”, riabilitazione possibile, tuttavia, solo con un pensiero lucido e sensibile, inquieto e problematico di fronte ai dubbi e alle sfide del nostro tempo, come quello che Ágnes Heller esprime in dialogo con filosofi e pensatrici che nel mondo americano hanno affrontato il dibattito sull’etica quali Richard Rorty, Alasdair MacIntyre, John Rawls, e ancora Martha Nussbaum e Amartya Sen.
All’incalzante dilemma – che è anche il nostro – di riuscire a coniugare un’etica privata che sia irroramento e semente di un’etica pubblica condivisa, rifiutando una caduta nel contingente assoluto, così come nel nichilismo rinunciatario di molte speculazioni del nostro tempo, Heller risponde con un’acuta passione intellettuale: anzitutto riconduce gli esiti della crisi novecentesca nell’orizzonte di una filosofia pratica, che continua a interrogarsi su che fare, come pensare, come vivere, in altre parole sulla verità dell’esistenza. In secondo luogo invita tutti gli esseri umani – i filosofi in primis – ad adoperarsi per ricomporre la trama lacerata del rapporto tra politica e società, come sottolinea Paola Ricci Sindoni «il cui stacco è da ascriversi […], al collasso delle grandi utopie collettive (subito rimpiazzate da altre inquietanti dinamiche del mercato finanziario)». Ricomposizione che passa necessariamente attraverso un allargamento, o meglio, disegnando un orizzonte nuovo della razionalità, segnato da tante parole chiave quali responsabilità, ospitalità, phronesis e philia che si offrono alla nostra riflessione e riassumibili in quella che Charles Taylor chiama “cultura del sentimento”– Heller ha parlato di “comunità di affetti” e ha scritto una Teoria dei sentimenti –, dimensione essenziale per la realizzazione dell’identità, in quanto può sostanziare un individuo non già a-patico, egocentrico, insulare, ma relazionale, reciprocus, autonomo e libero.
Da qui deriva l’invito di Heller a connotare nuovamente e a ricreare proprio quello spazio pubblico, l’agorà, come luogo in cui la vita buona di tutti e di ciascuno – omnes et singulatim – possa esprimersi. Questo il difficile, ma non impossibile, itinerario percorrendo il quale la riflessione morale e il pensiero politico tentano di risolvere il paradosso – il ricordo va a Max Weber, ripreso da Hannah Arendt e Paul Ricœur – tra la dimensione verticale dell’autorità e il livello orizzontale e consensuale del voler vivere insieme. In un prezioso piccolo testo Il Simposio di San Silvestro (Sylvester Simposium. Das Prinzip Liebe), un dialogo modellato sul Simposio platonico, recentemente ripubblicato dalla casa editrice Mimesis, la nostra pensatrice definisce Diotima, presente al convito, quale “madrina di concetti” e con questa stessacaratterizzazione le rendiamo omaggio con il presente numero di B@bel.

Francesca Brezzi 


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